La Mostra 2018-03-19T10:49:36+00:00

LA MOSTRA

“La Pittura dopo il Postmodernismo” indaga le ragioni del perché, quando Marcel Duchamp dichiarò che la pittura era morta, molti gli credettero. Tuttavia si sbagliava, come è evidente se si guarda ai decenni  precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale, quando artisti quali Picasso, Matisse, Miró e la Scuola di New York continuavano a realizzare opere di grandi dimensioni al pari dei grandi maestri del passato. Negli anni ’60 e ’70, fortemente politicizzati, torna di moda il “suonare la campana a morto” per la pittura, percepita come un prodotto della cultura borghese. Al suo posto, le gallerie e i musei definivano l’avanguardia in termini di arte concettuale, impiegando video, tecniche miste e installazioni, nell’intento di negare alla pittura la sua posizione di preminenza; riducendola in un ulteriore tentativo postmoderno.

Tale retrocessione era forse il risultato inevitabile del privare la pittura della pienezza dell’esperienza che una volta offriva, riducendola a una pura esperienza “ottica” priva di contenuto, di metafora o dell’enfasi data alla superficie. Il critico d’arte imperante nel dopoguerra Clement Greenberg ha insistito sul fatto che la pittura per rimanere “pura” doveva dirigersi alla sola vista, perché sosteneva che l’essenza dell’esperienza visiva era puramente “ottica”. Tutte le tracce della mano dovevano essere cancellate in favore dell’impatto istantaneo dell’immagine sulla retina.

I saggi di Greenberg “Modernist Painting” e “Post-Painterly Abstraction” divennero il canone da seguire, riducendo alla sua essenza esclusivamente ottica un’arte da lui definita “alta”. Le proprietà materiali, del colore e della tela, venivano enfatizzate a scapito di ogni effetto tattile; inoltre, la pittura doveva essere esclusivamente astratta, liberata da qualsiasi contenuto figurativo o anche metaforico. A partire dagli anni ’80, il dogma di Greenberg fu sfidato dai critici europei, tra cui Achille Bonito Oliva, che usò il termine postmodernismo per descrivere una pittura che mescolava gli stili delle avanguardie storiche in un pastiche di nuove  formulazioni figurative. Nel 1984, Peter Burger definì il postmodernismo come “la fine dei movimenti storici d’avanguardia”. Frederick Jameson ha caratterizzato il postmodernismo come una rottura della distinzione tra cultura “alta” e “bassa”, assorbendo l’immaginario kitsch della cultura di massa nelle citazioni e nelle riproduzioni riciclate in pittura.

Il postmodernismo ha privato la pittura dell’originalità dell’esperienza diretta, allo stesso modo in cui l’astrazione disincarnata di Greenberg, rivolta alla sola vista, è entrata in collisione con il desiderio di alcuni artisti di conservare l’integrità dell’esperienza estetica. Esperienza che comprende la fusione delle qualità tattili della superficie sensuale pittorica e della fusione ottica di colore e luce, così com’era per i grandi maestri del passato.

Gli artisti rappresentati in questa mostra desiderano ripristinare i valori tattili della pittura, ridefinendo il disegno come parte del processo pittorico e andare oltre il postmodernismo per recuperare la pienezza della pittura intesa quale arte principale; recuperando l’espressione tattile della materia pittorica, e la dimensione metaforica per adempiere a ciò che Henri Bergson definì come la sua funzione principale: essere “élan vital”, slancio vitale.

Curatrice della mostra

Dott.ssa Barbara Rose,

Storica dell’Arte residente a New York, con una carriera più di 50 anni nella sua disciplina, la Dott.ssa Rose è una personalità di prestigio inter­nazionale ed è una delle protagoniste dell’arte vivente dagli anni sessanta del ventesimo secolo fino all’attuale ventunesimo secolo.

Ha studiato a New York all’ Institute of Fine Arts e alla Columbia Uni­ver­sity, dove ha due lauree, in Storia dell’Arte ed in Filosofia, ampliando ulteriormente gli studi alla Sorbonne (Parigi) ed in Spagna al Fulbright Fellowship. È stata docente, tra l’altro, alla New School for Social Research (New York) e nelle Università di Yale (New Haven, CT), di California at Irving, nella City University of New York, e a Torino. È Dis­tinguish­­ed Research Professor, il più alto grado acca­de­mico, dell’American Univer­sity a Washington.

Ha diretto i musei d’Arte della Univer­sity of California e dell’Ameri­can University; Senior Curator del Museum of Fine Arts (Houston), membro del Board of Directors del centro d’arte P.S.1 di New York. Come curatrice di mostre, la sua carriera passa per grandi musei pubblici come lo Stedelijk Museum (Amsterdam), il Museum of Fine Arts di Houston, l’MNCARS Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, il Museo Thyssen-Bormemisza (Madrid), il MoMA Museum of Modern Art di New York, il Georgia O’Keeffe Museum (Santa Fe, New Mexico), l’IVAM Istituto Valenciano de Arte Moderno (Valencia)…  e gallerie d’arte private, dalla California a New York (le migliori, come Pace Waldenstein, Robert Miller, ecc.) fino a Napoli (Maschio Angioino, Palazzo Reale), ma anche Parigi (Musé d’Art Moderne) e Barcellona (Fundación Joan Miró). Tra le sue migliori mostre, Claes Oldenburg, Ellsworth Kelly, Robert Rauschenberg, Jaspers Johns, Pepper e, soprattutto, Monocromos al Reina Sofía di Madrid.

Moglie di Frank Stella e madre dei suoi tre figli, Barbara Rose ha vissuto i movimenti più importanti della seconda metà del XX secolo direttamente con i protagonisti dell’Espressionismo Astratto o Scuola di New York e della Minimal Art.

È stata o è membro di istituzioni come l’Accademia di Belle Arti (1573) di Perugia e il Visual Arts Council di New York. Tra i progetti speciali: è stata Direttrice di Comunicazione del “Experiments in Art and Technology” alla Expo’70 di Osaka e assessore del West Side Pier Project del Sindaco di New York. Il suo fondamentale articolo “ABC Art” (Art in America, ottobre 1965) dove teorizza le basi e le radici del minimalismo e il suo primo gran libro, American Art Since 1900 (1967), la rendono scrittrice d’arte di riferimento mondiale: autrice di oltre 26 libri, tra i quali Monochromes (spagnolo: Documenta Artes 2004; francese: Editions du Regard, 2004; inglese: University of California, Berkeley 2006; italiano: Documenta Arti Visive 2007); American Painting (Rizzoli 1980, 1991; Skira 1995), Autocritique: Essays on Art and Anti-Art 1963-1987 (Weidenfeld & Nicolson 1988). Tra le monografie di artisti e cataloghi di mostre: Claes Oldenburg (MoMA 1968) e Lee Krasner (1974), Chiuly: Gardens & Glass (2002), Tàpies (2003), Rauschenberg Express (Thyssen Madrid 2007), Liberman (1981), Miró in America (1982), Pollock (1985), Longobardi (1989) e Abakanowicz (1994), Arturo Casanova: Le porte mistiche (2010), Leger (Parigi)…

Come editrice scientifica, Art As Art: The Selected Writings of Ad Reinhardt (Viking 1975) ed il catalogo ragionato di Patrick Henry Bruce (con W. C. Agee, MoMA New York).

Sulla stampa e riviste specializzate, la sua esperienza comprende: co-fondatrice di Artforum a New York, redattrice di Art in America, della Partisan Review, di Vogue (USA), Redattrice-Capo de Il Giornale dell’Arte (Torino), Redattrice-Capo In­ter­national di ArteIn (Venezia), saggista e critica di arte in Goya e in Descu­brien­do el Arte (Madrid); nel New York magazine, nel New York Times Book

Review, nel College Art Journal, nella New York Review of Books; nei Cahiers du Louvre e la Gazette des Beaux Arts (Parigi). Attualmente scrive soprattutto nel settimanale culturale leader in lingua spagnola, l’ABC de las Artes y las Letras (quotidiano ABC, Madrid) e nel quo­ti­diano The Wall Street Journal (New York).